„Hässlich, ich bin so hässlich, so grässlich hässlich: Ich bin der Hass! Hassen, ganz hässlich hassen, ich kann’s nicht lassen: Ich bin der Hass! Ätzend, ich bin so ätzend, alles zersetzend: Ich bin der Hass“, sang einst die Band Tauchen-Prokopetz, auch DÖF genannt, in einem Song, der zum Hit wurde. Codo, der Dritte aus der Sternen-Mitte rettete 1983 die Erde und brachte die Liebe mit. Aber das ist schon lange her. Nun ist es wieder modern geworden, öffentlich zu hassen, im Internet, im Kaffeehaus, auf der Parkbank, auf den Plakaten mancher Politiker. Die Atmosphäre ist kalt geworden. Ein „Hassschirm“ hat sich über vieles gebreitet, und jetzt können sich Wut und Aggression so richtig austoben: Wir haben einen ordentlichen Sündenbock gefunden.
Dabei macht hassen nicht glücklich, ganz im Gegenteil. Der Hass gibt einem das zurück, was man anderen antut. Die biblische Einladung: „Liebe deinen Nächsten wie dich selbst“ ist deshalb so bedeutsam, weil sie stimmt, weil sie nachprüfbar ist: zuerst die Liebe zu sich selbst, dann erst kann sich die Nächstenliebe entfalten. Hassen können vor allem nur Menschen, die sich selber hassen. Und das macht mich sehr nachdenklich. Gibt es so viele unglückliche, einsame, frustrierte, neidige, vom Schicksal benachteiligte Menschen, in denen der Hass gute Ernte findet? Martin Luther sprach vom Menschen im Zustand der Selbstverkrümmung, in sich selbst verschlungen und nicht mehr fähig, aus dem Schlamassel herauszukommen. Was tun sich diese Menschen an? Indem sie ihre Hasspostings verschicken, am Marktplatz keppeln, alles Unglück auf die „Ausländer“ schieben, werden sie ja nicht befreiter und froher, ganz im Gegenteil. Im ersten Moment vielleicht ist ein Gefühl der Befreiung da, jetzt hab ich’s denen mal gezeigt, aber das hält nur kurz an. In den stillen Stunden nagt der Selbstzweifel, fällt über die Hasser weniger die Freude als vielmehr der nächste Hass, der macht die Scheintoten dann wieder etwas munterer.
Mit einem Wort: Hass erzeugt Hass in sich selbst. Das Blut stockt, die Magensäure vermehrt sich, die Augen weiten sich, und der Mund wird ganz verkniffen. Der hassende Mensch ist einfach hässlich, abgesehen davon, dass er auch gefährlich ist. „Objekt überwindet den Hassschirm“, heißt es im Song „Codo“. Und dann: „Und ich düse, düse, düse, düse im Sauseschritt und bring die Liebe mit von meinem Himmelsritt. Denn die Liebe, Liebe, Liebe, Liebe, die macht viel Spaß, viel mehr Spaß als irgendwas.“
Monika Salzer
Io sono l'odio
"Brutto, sono così brutto, così terribilmente brutto: io sono l’odio! Odiare, odiare in modo davvero brutto, non posso farne a meno: io sono l’odio! Corrosivo, sono così corrosivo, distruggo tutto: io sono l’odio", cantava un tempo la band Tauchen-Prokopetz, nota anche come DÖF, in una canzone che divenne un successo. Codo, il terzo proveniente dal centro delle stelle, salvò la Terra nel 1983 e portò con sé l'amore. Ma è passato molto tempo. Ora è tornato di moda odiare pubblicamente: su Internet, al caffè, sulle panchine dei parchi, sui manifesti di certi politici. L’atmosfera si è fatta fredda. Uno "schermo d'odio" si è steso su molte cose, e ora rabbia e aggressività possono sfogarsi liberamente: abbiamo trovato un capro espiatorio come si deve.
Eppure odiare non rende felici, anzi, tutto il contrario. L’odio ti restituisce ciò che fai agli altri. L’invito biblico "Ama il prossimo tuo come te stesso" è così significativo proprio perché è vero, perché è verificabile: prima viene l’amore per se stessi, solo allora può svilupparsi l’amore per il prossimo. Possono odiare soprattutto le persone che odiano se stesse. E questo mi fa riflettere molto. Esistono così tante persone infelici, sole, frustrate, invidiose, svantaggiate dal destino, nelle quali l’odio trova un buon raccolto? Martin Lutero parlava dell’uomo in uno stato di "ripiegamento su se stesso" (Selbstverkrümmung), chiuso in se stesso e non più capace di uscire dal pantano. Cosa si fanno queste persone? Inviando i loro post d'odio, brontolando in piazza, dando la colpa di ogni sfortuna agli "stranieri", non diventano certo più liberi o felici, anzi, tutto il contrario. In un primo momento forse si prova un senso di liberazione — "ecco, gliel'ho fatta vedere" — ma dura poco. Nelle ore di silenzio rode il dubbio su se stessi; sull’odiatore non cade la gioia, quanto piuttosto l’odio successivo, che rianima un po' quei morti viventi.
In una parola: l’odio genera odio dentro se stessi. Il sangue ristagna, l'acidità di stomaco aumenta, gli occhi si sgranano e la bocca si contrae. L’uomo che odia è semplicemente brutto, oltre al fatto di essere anche pericoloso. "L’oggetto supera lo schermo d'odio", dice la canzone "Codo". E poi: "E io sfreccio, sfreccio, sfreccio a tutta velocità e porto l'amore dal mio viaggio celeste. Perché l'amore, l’amore, l’amore, l’amore dà molta gioia, molta più gioia di qualsiasi altra cosa"
Monika Salzer





